The Apes’ Tea Party – qualcosa a che vedere con lo humor?

E’ così divertente sfogliare la galleria fotografica di repubblica.it con le immagini della tavola imbandita di leccornie per i lemuri dello zoo di San Francisco nel giorno del Thanksgiving?

Ancora ci diverte vedere i nostri cugini fare del loro meglio per scimmiottarci, ovviamente senza mai riuscirci fino in fondo (per quanto apprendano sorprendentemente bene l’uso delle posate)? Credevamo fosse finita l’era delle foto al circo con i piccoli di scimpanzé in tuta blu per il sollazzo dei piccoli d’uomo e quella delle cene messe in scena negli zoo del secolo scorso [Ramona e Desmond Morris raccontano di queste cene organizzate regolarmente dallo Zoo di Londra negli anni '20], dove come provetti attori gli scimpanzé altro non facevano che riempire la saccoccia della nostra autostima (come sappiamo mangiare in modo educato noi!). D’altra parte, l’uso delle posate altro non  è che segno indiscusso di civiltà e indice di superiorità culturale.

Ecco la domanda: dove sta il divertimento? Frans De Waal ci suggerisce un esperimento mentale: immaginate per un istante una famiglia di elefanti di fronte ad un analogo spettacolo. In scena, stavolta, degli umani che, con un tubo flessibile appeso al naso, tentano di raccogliere una moneta da terra o di sradicare un arbusto. Uno show da sbellicarsi dalle risa, da rivedere ancora e ancora, per la famiglia elefantina. E voi quanto a lungo sareste disposti a vedere tale spettacolo? Ridereste?

 

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The cooking Apes

L’ipotesi culinaria: cruciale il passaggio dal crudo al cotto
The cooking Apes
Fuori dal Pan, dentro nel fuoco: per il salto di qualità, fai un salto in cucina

cover of Catching Fire. How cooking made us human

Risale a un anno fa circa la notizia della scoperta in Sudafrica di un ominide di quasi due milioni di anni, quindi di circa un milione di anni prima del famoso scheletro Lucy, la femmina di Australopithecus afarensis considerata un antenato del genere umano. Chi è costui? Che cosa ci ha permesso di staccarci dal genere Pan? Che cosa ci ha reso Homo? A quest’ultima domanda tenta di rispondere Richard Wrangham, docente di antropologia biologica all’Università di Harvard.

“Catching fire. How cooking made us Human” (La scoperta del fuoco: Come cucinare ci ha reso umani) è il titolo dell’ultima fatica del celebre primatologo che conferma ancora una volta le sue eccellenti doti di narratore e divulgatore. Infatti, l’opera è stata dichiarata finalista nella scorsa edizione del BBC FOUR Samuel Johnson Prize 2010, prestigioso premio letterario britannico per non-fiction, e nel premio letterario del Los Angeles Times per la sezione scienza.

Il docente di Harvard rilegge il nostro successo evolutivo ponendo al centro della nostra civilizzazione l’abilità di cucinare i cibi che consumiamo (the cooking hypothesis). Non è la prima volta che l’alimentazione si trova al centro dell’evoluzione umana: in passato, ad essere stati considerati fondamentali furono il consumo di carne, l’uso di strumenti o l’avvento dell’agricoltura. Per Wrangham, la svolta è stata possibile grazie alla cottura degli alimenti.

Sono numerose le ricadute del nuovo modo di consumare i cibi, cotti e non più crudi, prese in considerazione dal primatologo inglese: dalla maggior disponibilità di cibo, alla nascita di un nuovo gusto, all’abilità nell’uso del fuoco fino alla suddivisione del lavoro tra maschio e femmina, con le varie conseguenze psicologiche e sociali. La condanna del sesso femminile ad un ruolo subalterno rispetto ai maschi sarebbe, per Wrangham, un “effetto collaterale” della nascita della cucina.  Conseguenze importanti della cottura del cibo sono, infatti, la possibilità di posticiparne il consumo di accumularne quantità importanti, oltre che l’abitudine di ritornare al campo la sera.

Il cibo cotto avrebbe permesso al nostro stomaco di restringersi e al nostro cervello di crescere dando origine all’Homo Erectus, 1,8 milioni di anni fa. Questa idea – come ci svela lui stesso – venne all’autore una sera quando, seduto davanti al fuoco, si immaginò di essere uno scimpanzè e iniziò a pensare all’evoluzione. “Mi chiesi che cosa mi poteva servire per diventare umano”, racconta Wrangham. Sono passati dieci anni da quella prima intuizione, dalla quale lo scienziato ha elaborato e testato la sua ipotesi iniziale, confermando il ruolo decisivo del fuoco e della cottura sull’evoluzione umana.  “Si dice che Prometeo abbia creato gli esseri umani plasmando figure di argilla e animandole con il fuoco – scrive Richard Wrangham in Tree of Origin [1] – Se i sistemi di ricerca del cibo e di accoppiamento degli umani sono stati plasmati in modo così potente dalla cottura, allora il mito degli antichi greci che imputa l’umanità al dono del fuoco può essere vicino alla realtà. L’adozione della cottura del cibo è stata un tassello importante aggiunto a quel contesto che ha permesso lo sviluppo della grande complessità dei comportamenti umani”. Wrangham, ad Harvard dal 1989, ha lavorato in Tanzania con la famosa primatologa Jane Goodall e ha speso oltre 40 anni della sua ad osservare le comunità di scimpanzè in Africa. Racconta di aver tentato di alimentarsi esattamente come uno di loro, per capire cosa significasse, senza esser mai riuscito a portare a termine l’esperimento.

Oltre ad illustrare la sua teoria sull’evoluzione umana, nel suo libro Wrangham affronta vari argomenti attuali: dagli animali da compagnia all’etichettatura del cibo fino al crescente problema dell’obesità, legata al consumo di cibo eccessivamente elaborato. Non che questo renda l’autore benvisto dai crudisti, considerati dipendenti da cibo di alta qualità e quindi prosperanti nelle società opulente. Insomma, siamo quello che mangiamo e quello che.. cuciniamo.



[1] Tree of Origin. What Primate Behavior Can Tell Us about Human Social Evolution, Frans B. M. de Waal (Editor), Cambridge, MA: Harvard University Press, 2001. Pag143

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E se non siamo soli…

O del potente meccanismo del confronto sociale.

Come cambia la valutazione delle nostre decisioni e delle loro conseguenze quando anziché soli ci troviamo in una situazione di confronto sociale? Sapere di avere vinto alla lotteria più di un altro giocatore non è affatto la stessa cosa che vincere da soli. Analogamente in caso di perdita. Lo sostiene uno studio pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Proceedings of the National Academy of Sciences(PNAS) dal titolo Medial prefrontal cortex and striatum mediate the influence of social comparison on the decision process.

Che i nostri processi decisionali siano altamente influenzati dal confronto con i nostri simili non è una gran novità, direte voi. Tuttavia quanto i ricercatori hanno dimostrato è che tale influenza viene mediata da un meccanismo di comunicazione tra il sistema neuronale della ricompensa e quello del ragionamento sociale e che tale processo ci induce ad adottare comportamenti più rischiosi e competitivi per avere la meglio rispetto agli altri.

L’esperimento. Gli scienziati hanno chiesto ai volontari di scegliere tra due lotterie diverse e hanno osservato le reazioni in caso di vincita e di perdita, misurando l’attività cerebrale con la tecnica della risonanza magnetica funzionale (fMRI) nei due contesti di isolamento e di contesto sociale (in quest’ultimo caso, al volontario veniva detto che la lotteria scartata era stata scelta da un altro individuo).

Nello striato ventrale, area cerebrale coinvolta nei meccanismi cerebrali della ricompensa, i ricercatori hanno misurato una risposta amplificata in caso di vincita relativa, quando cioè il volontario vince di più rispetto ad un altro giocatore. Oltre all’attivazione dei circuiti della ricompensa, gli scienziati hanno osservato una maggior attività delle aree coinvolte nel ragionamento sociale: la corteccia mediale prefrontale, regione cerebrale cruciale per la cognizione sociale, si attiva maggiormente quando la vincita è realizzata in un contesto sociale rispetto alle altre possibili situazioni.

Inoltre, la presenza di altri giocatori (contesto sociale) modifica non solo l’attività cerebrale nelle aree che abbiamo descritto, ma anche il comportamento di gioco dei volontari. In caso di vincita, l’attività dello striato correla con quella della corteccia mediale prefrontale e una vincita realizzata in un contesto sociale induce nel giocatore la tendenza ad adottare comportamenti più rischiosi e competitivi con l’obiettivo di superare nella vincita l’altro giocatore.

“Insomma, in un contesto sociale, le vincite relative hanno un impatto più importante rispetto alle perdite. Questo è l’opposto di quello che Kahneman e Tversky hanno mostrato nell’ambito delle scelte individuali. Questo risultato ha senso da un punto di vista evolutivo: nel contesto privato, una perdita può avere un impatto devastante, quando non fatale; invece, in un contesto sociale, varie forme di ricompensa tendono ad essere del tipo winner-takes-all”, spiega uno degli autori, il neuroeconomista Giorgio Coricelli. “Un chiaro esempio nel mondo animale è la competizione per il partner, dove per prendere in prestito una frase del leggendario corridore Dale Earnhardt: “second place is just the first loser” (il secondo posto è solo il primo perdente). Questi risultati suggeriscono che il cervello ha l’abilità di individuare e codificare informazioni e segnali sociali, come per esempio la nostra posizione relativa nella scala sociale, rendere tali segnali rilevanti e usarli per ottimizzare il comportamento futuro”.

 

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